Durata:
15.32 minuti Immagine
: Bianco e nero Sistema:Betacam
SP PAL Scritto
e diretto da: Gianni Maran Direttore
della Fotografia: Nico Gaddi Colonna
sonora originale: Ferruccio Tognon e Seba Corbatto Specializzati
di ripresa: Giuseppe Tissino (Steadicam) e Claudio Zorzenon Prodotto
da: Arte Video Snc Le poesie di Biagio Marin : Squeravoli, Omini e mestieri, Nosse in palù, S. Eufemia
Il Poeta Ispiratore
Biagio Marin
nasce a Grado il 29 giugno 1891 da una modesta famiglia di marinai,
proprietaria dell’Osteria alle Tre Corone.
IL FILMATO
: L’immagine è
poesia: poesia di immagini che emozionano mostrando luoghi e cose difficilmente E’ l’occhio e
la sensibilità monocromatica del gabbiano, apparentemente incapace di
distinguere il colore ma padrone assoluto di tutte le piccole sfumature
artistiche a condurci con “L’ala de vita” in questo viaggio nel
microcosmo lagunare Grado, l’isola di Grado è un paesaggio letterario
grazie alla lirica di Biagio Marin che guida il racconto in tappe
obbligate, e che ne ha fatto un mito poetico. L’occhio del regista entra
in quello del gabbiano. Antichi mestieri,
secolari atteggiamenti, intuizioni tradotte in una gestualità tipica di
chi ha vissuto nell’isola, come un eternauta nel mondo lagunare che è
quiete, rallentamento, inerzia, pigrizia, e disteso abbandono, silenzio in
cui a poco a poco s’impara a distinguere le minime sfumature di colore e
di rumore. Ore che si passano senza scopo e senza meta come le nuvole;
perciò è vita come le nuvole, perciò è vita, non stritolata dalla
morsa di dover fare, di aver già fatto e già vissuto – vita a piedi
nudi, che sentono volentieri il caldo della pietra che scotta, e l’umido
dell’alga che marcisce al sole. L’acqua - mare e
laguna – è vita e minaccia la vita, sgretola, sommerge, feconda irrora,
cancella. Questa è la laguna che permea il racconto attraverso l’occhio
del gabbiano: il gabbiano reale padrone assoluto del microcosmo lagunare. Se ne stanno
austeri ritti sulle briccole, quei pali di legno infissi nel fango che
indicano la rotta, con il becco sempre nella direzione del vento:
immobili. E fino
all’ultimo istante appaiono indifferenti all’arrivo della barca . Ma
all’ultimo istante, volgendo la testa all’indietro come per rispondere
a un richiamo, aprono lentissimamente le ali: quando le penne remiganti si
separano dal loro vertice - dal tiepido ventaglio-, catturano il vento,
s’impadroniscono del tempo, si lasciano sollevare in uno o due volteggi
come candidi trofei. Solo allora,
stagliati nell’azzurro, lanciano uno strido e con un battito d’ali…
planano. Ecco inizia il
racconto in un viaggio che ha il gusto della memoria. Allora nel rito
del ricordo degli antici mestieri che il gabbiano incontra: la gestualità
dello squeraiolo, come riprende Marin nella sua poesia: la mano callosa,
nodosa ma precisa e decisa che, con secolare precisione segna, scolpiscono
e sconfigge il legno allineando le gelide assi di legno scese in laguna
dalle dolci ma fredde acque della gelata montagna, modellando col calore
del sole e della fantasia la barca, la batela, finchè al calar del sole
si sposa con il mare. Una festa per
tutti. Allora quasi a
corona il gabbiano, i gabbiani, si alzano in cielo sempre più in alto,
sempre più su in un altro mondo, tutt’uno con il cielo; e solo la loro
presenza definisce quegli spazi…eterni e la barca taglia l’onda figlia
della fatica degli squeraioli padroni di strumenti semplici , antichi
quasi, quasi goffi e ridicoli. La barca si spinge
in laguna, faticoso ma armonioso il gesto del pescatore che accarezza
l’acqua con il remo forgiato da quelle mani esperte di chi poche volte
ha affrontato il mare ma che lo conosce quasi come il pesce che ritrova la
propria natura. Comunque sul mare
non si è mai veramente soli; la laguna argentea, quei continui, minimi e
variati rumori da decifrare impongono un approssimato dialogo. Ed è il gabbiano
a guidarci. Le isole , anche
senza far caso alle aree che appaiono e scompaiono secondo le maree, sono
tante; il viaggio delicato, elegante del gabbiano reale, dell’ala de
vita le sfiora e le trascura superficiale, sbadato come un percorso
quotidiano che ci fa arrivare alla fine degli anni, nel segno del ricordo
senza conoscere la strada. Seguire il
pescatore, le sue mani esperte che addomesticano la ”batela”, guidando
il remo tra i canali, tra una secca l’altra, costeggiando le reti stese
per i cefali, passando sopra le alghe bionde sospese dalla corrente come
chiome fluenti. Arrivando all’isola, la piccola mota con sopra la casa
costruita con fango e canna modellata ancora dal taglio preciso di mani
esperte. Mani che accarezzano il bimbo che gioca con la sua lenza, che si
diverte a far danzare la pietra sull’onda, al padre che con gesti
antichi quanto il mondo “lesca ‘l parangal” quel rosario di ami
disposto in cerchio che, con qualche preghiera in mare, fornirà la vita
per la famiglia. Dopo la pesca le
mani del pescatore reggono un branzino: le scaglie scintillano nel
chiaroscuro mutano impercettibilmente all’occhio del sempre presente
gabbiano, grazie al sole di fuori e alla morte di dentro
in un sussulto di confini. Allora quel pesce
diventa il centro dell’attenzione grazie alle mani esperte della nonna
sposerà aglio , olio, aceto, pepe e
sale in quel “boreto” ( piatto tipico gradese)
pronto a sposare la benedetta polenta bianca, figlia della vicina
campagna friulana, che un filo di rete bianco ha diviso in parti uguali
non prima che il segno della croce abbia benedetto il pasto. Quel pesce che
raduna attorno al tavolo l’intera famiglia, la mamma dalle mani forti ma
delicate che ha smesso da poco di risciacquare i panni salati del marito,
il pescatore che dolcemente accarezza il capo del figlio prima di
impugnare la boccia del vino per il nonno che attende accanto al fuoco del
scoppiettante del camino e tutti si danno canonicamente appuntamento
attorno al tavolo. La
notte corre, le nuvole avvolgono la laguna e il cacciatore arma il suo
fucile …pam pam interrompe il volo dei bugulini pronti a offuscare,
seguendo il refolo caldo del vento l’immobile
luna, con il loro volo: le schioppettate allarmano soltanto i pochi
stranieri che hanno da poco scoperto il mondo di fango, mare, sale, che è
la laguna. L’alba. L’occhio del
pescatore è limpido, fiero lui sa dove
e come portare la barca. La sua tranquilla
vogata a remi incrociati da sicurezza. Non gli sfuggono
due punti di sabbia dorata dove gettare le sue reti, accanto la spiaggia,
sotto i raggi della luna che saluta la notte e del sole che sbadiglia, è
bianca di luce, di conchiglie, di onde e di nidi di gabbiani. Le mani sicure
gettano le reti. “mani nodose di pescatore, nodi nel legno delle barche
o nelle tavole dove sono stati rovesciati i pesci da poco pescati, nodi
delle reti che si tuffano nell’acqua o delle funi che ormeggiano una
barca … Quelle mani pazienti e nodose assomigliano alla ruvida bontà
dei vecchi alberi; alla vita antica di laguna suggerisce un’arte attenta
alle cose, che si pone al servizio delle realtà”. Il ritorno con il
sole del nuovo giorno l ‘ala de vita
si alza altissima in cielo scorre leggera sopra isole, canali, rii, per
sfiorare il campanile dell’isola di Barbana incastonato nel cuore della
laguna ad est dove la cupola ed il campanile spuntano da folto verde
specchiandosi in mare. A Barbana,
secondo la leggende la Madonna con la sua mano aperta pronta ad
offrire aiuto ha salvato dalla tempesta i pescatori, mani nodose come le
loro ruvide espressioni spesso annegate dal vino rosso. Un volteggiare
sopra il campanile, un secondo per spiccare un volo a ritroso verso sud,
verso il campanile, su, su quella punta dove l’Anzolo di San Michele da
secoli ruota in cima alla basilica di Santa Eufemia, con ali ampie e
fluttuanti, sfrangiati lembi di nuvola con il braccio e l’indice protesi
ad indicare la direzione del vento. Per la sicura mano che guida il timone Un volteggio, un
giro, ancora un mezzo volteggio tra i tetti, tra calli e campielli che
sembrano un labirinto e il gabbiano entra nella secolare basilica dove
l’acquasantiera accoglie la mano insicura della madre che attende il
marito e il figlio in mare per la pesca. Con grande rispetto si avvicina
alla statua della Madonna degli angeli per donare quel cero che ha il
profumo della preghiera e della speranza, quelle mani che si uniscono in
profonde ma semplici preghiere dal canto modulato mentre dall’altare,
austero il gesto dell’arciprete che benedisce e rassicura chi attende,
il suo canto patriarchino custodisce il senso dell’antichità e della
religiosità di quelle tessere del mosaico che raccontano la vita di una
comunità. Quelle onde che raccolgono il mare e la laguna tanto che il
gabbiano, sentendosi a casa, nel suo mondo riprende il volo. CRITICA : Poche, anzi ,
rarissime volte le immagini raccolgono il senso della vita di un mondo, di
una comunità che nel rispetto dei ricordi si apre al grande mondo. La
precisione della tecnica di ripresa, il gusto delle musiche e delle decise
scelte fotografiche consegnano una storia che tutti avrebbero voluto
raccontare in una semplicità ( uno dei punti qualificanti del
cortometraggio) che fa dell’arte un’armonia musicale. Mani, nodose che
segnano il legno , che accarezzano il figlio, segnano il mare con il remo
, hanno il calore di chi pesca, di chi prega, di quanti, nel rispetto dei
secoli abbracciano il mare con il legno della barca,. Un bianco e nero che
ha il sapore dell’arte vera , che raccontano, nel silenzio, interrotti
soltanto da qualche ben calibrato accenno poetico tratto dalla elevata
poesia di Biagio Marin, il cantore di questo microcosmo, un mondo unico
che dal piccolo si apre al grande, all’ Universo. Un’immagine che
colora, nel suo delicato equilibrio di bianco nero, una poesia delicata
continua come il volo del gabbiano il cui occhio attento non perdona
imprecisioni e difetti di un mondo estremamente semplice, alle volte
misterioso. Non misteriosa invece la classe della regia condotta con un
armonico gusto della realtà, della proposizione armonica
che raccoglie musicalità dai versi poetici. La composizione
fotografica assume alle volte il tratto di una narrazione wagneriana dove
il ripetersi del tema presenta e rappresenta luoghi e personaggi nelle
diverse situazioni. La rapidità del
volo del gabbiano impone un ritmo che segnato dal gesto dello squaraiolo
che lavora il legno, dal ripetersi dell’affondare del remo in acqua, dal
cacciatore che con precisione arma il suo ferro e abbatte il volo astuto
dei “bugulini”. Ala de vita
rispecchia la realtà alla pari della fantasia dell’occhio monocromatico
del gabbiano, specchio di una voglia di ricordi che rispondo al gesto,
allo sfiorare, al tuffo,
alla carezza dell’ala del gabbiano che incontra la amara e salata acqua
del mare di laguna, elemento essenziale della vita di quanti nascono in
una terra accerchiata dal mare, un’isola lontana da tutto dove tutto è
vicino anche il cielo …in bianco e nero. Gianni Maran,
regista ma soprattutto vero artista ha il gusto e l’eleganza del pittore
dalle mani esperte che pennellano una tela trasformandolo in un quadro dai
profumi ed i sapori indiscutibilmente veri ma che sono altrettanto
indubbiamente reali, vivi, che racchiudono in se stessi il tratto
rispettoso della storia, delle tradizioni, dell’arte, della cultura di
un mondo semplice e allo stesso complesso, ricco di chiaroscuri ma avvolto
dai colori e dal colore che che ricorda
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